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  25 . Accentramento o decentramento:  una questione sempre aperta.
  
  Da:  G.  Turi,  Voglia di autonomie, in "Storia e dossier",  n.  55,
ottobre 1991.
     
         La  questione  dell'accentramento  e  del  decentramento  dei
         poteri  dello stato fu subito una delle pi dibattute quando,
         dopo  l'unificazione del 1861, si dovette pensare all'assetto
         politico-amministrativo del nuovo stato unitario.  Da  allora
         la  questione  tornata pi volte al centro del dibattito sia
         storiografico  che  politico,  fino  a  diventare,  in  tempi
         recenti,  materia  di vivaci polemiche. Partendo  proprio  da
         queste  ultime, lo storico italiano Gabriele Turi  sottolinea
         l'importanza  del  fenomeno  e,  nel  passo  qui   riportato,
         evidenzia   come   il  problema  fosse  sentito   nell'Italia
         postunitaria  dai  fautori  sia  dell'accentramento  che  del
         decentramento.
     
La  recente  proliferazione  delle leghe  in  gran  parte  dell'Italia
settentrionale  un fenomeno nuovo, per dimensione e quantit: investe
infatti  un'area  geografica molto ampia e le  regioni  pi  ricche  e
industrializzate  del Nord, mentre si sono attenuate  le  tradizionali
spinte  centrifughe di matrice contadina in Sicilia e in Sardegna.  In
breve  tempo le leghe hanno raggiunto un notevole successo  elettorale
raccogliendo  consensi  fra i ceti medi e medio  bassi,  uniti,  nella
difesa del tenore di vita di cui godono o cui aspirano, dalla ostilit
verso gli immigrati dalle regioni

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o  dai  Paesi  poveri e dalla polemica contro i partiti  e  contro  la
politica della capitale. [...]
     Il  fenomeno  odierno  non  solo italiano,  poich  proteste  di
periferie  contro il centro si verificano in tutta Europa.  In  questo
contesto, la specificit del caso italiano pu essere rinvenuta, forse
pi  che  in  motivi economici e sociali (la dicotomia Nord-Sud  e  la
difformit tra aree sviluppate e aree arretrate della penisola), nella
debolezza  di una capitale incapace di unificare un Paese estremamente
complesso.
     Dal  1870 centro politico di uno Stato che aveva altrove le  leve
del  potere  economico (in quello che alla fine dell'Ottocento  poteva
fregiarsi  dell'appellativo di "Stato di Milano"), Roma  non    stata
nemmeno   in   grado,  fino  a  tempi  recenti,  di   sostituirsi   al
policentrismo culturale.
     Ma  il  dibattito politico sull'accentramento o sul decentramento
dei poteri dello Stato nato nel 1861  solo la manifestazione pi nota
del  rapporto  spesso  conflittuale tra centro e  periferia.  Esso  ha
infatti  anche uno spessore culturale: il riconoscimento o meno  delle
specificit locali, regionali e urbane nell'Italia delle "cento citt"
 un tema su cui l'attenzione degli intellettuali si  fermata spesso,
soprattutto  nei  momenti  critici per lo  Stato  unitario:  alle  sue
origini,  durante  e dopo la crisi di fine secolo, all'indomani  della
prima guerra mondiale e alla caduta del fascismo.
     Agli  albori del nuovo Stato, la necessit di enfatizzare l'unit
non  fu  tale  da soffocare del tutto il riconoscimento e l'invito  al
rispetto  delle  differenti  tradizioni dei  vecchi  Stati.  Quando  i
moderati erano ancora convinti assertori di un sistema di autogoverno,
nel  gennaio  1861  Cavour  poteva scrivere  al  marchese  Massimo  di
Montezemolo, governatore della Sicilia: "Le nostre teorie sullo  Stato
non  comportano  la  tirannia d'una capitale sulle  provincie,  n  la
creazione d'una casta burocratica che soggioghi tutte le membra  e  le
frazioni  del  Regno  all'impero d'un centro  artificiale  contro  cui
lotterebbero sempre le tradizioni e le abitudini dell'Italia, non meno
che la sua conformazione geografica".
     Una  volta svanita, con l'improvvisa scelta centralistica imposta
dalla  minaccia  del  brigantaggio  e  di  una  riscossa  dei  sovrani
spodestati,  l'ipotesi di rifarsi al modello inglese, il  problema  fu
tenuto vivo dagli intellettuali di orientamento democratico: in  primo
luogo  dai  federalisti, come Carlo Cattaneo; ma  la  complessit  del
processo  di  integrazione  tra societ e Stato  non  sfugg  anche  a
quanti,  come Francesco De Sanctis, pi si impegnarono per consolidare
l'ideale unitario.
     Il   federalismo  di  Cattaneo,  nato  dalla  convinzione   della
superiorit  della struttura politica e sociale della  Lombardia,  era
mosso dall'intento di salvaguardare il principio di libert, poich lo
Stato  unitario era ritenuto, per sua natura, autoritario. Il richiamo
alla storia dell'Italia comunale si combina in Cattaneo con il modello
degli  Stati  Uniti  d'America e della Svizzera, per  prefigurare  gli
"Stati  Uniti  d'Italia":  "In un paese di  popoli  cos  diversamente
educati"  occorreva "rispettare le istituzioni d'ogni popolo ed  anche
la  sua  vanit",  affermava Cattaneo nel 1854. E  "per  essere  amici
bisogna  che  ognuno resti padrone in casa sua", scriveva  ancora  nel
luglio  1860  a Crispi, ricordando che l'annessione della Sicilia  non
doveva significare "assorbimento".
     Cos,  nella  prefazione al Politecnico del  1861,  indicava  nel
rispetto delle tradizioni degli Stati italiani l'unico modo con cui il
nuovo  Stato poteva acquisire il consenso: "A popoli, oramai liberi  e
armati, che hanno da secoli un ordine di leggi e di costumanze affatto
proprio, non si pu addossare d'un tratto e senza alcuna necessit  un
ordine  affatto  insolito, massime quando debb'essere  inevitabilmente
accompagnato  da  gravezze crescenti, e quando  le  nuove  leggi,  pur
troppo,  non  sono precorse dalla pubblica persuasione d'un'eccellenza
che non hanno".
     Sostenuto  da  intellettuali pi che da uomini  politici,  in  un
momento  in cui la classe dirigente era in preda a una vera e  propria
ossessione accentratrice, il federalismo di Cattaneo
     
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     era  destinato a fallire come dottrina dello Stato  federale;  ma
in quanto principio di libert, da fondarsi su una certa autonomia dei
comuni e delle regioni, fu ripreso da intellettuali repubblicani  come
Gabriele Rosa e Arcangelo Ghisleri.
     Contrario  al  principio  autonomistico fu  invece  Francesco  De
Sanctis  che,  con  la  Storia della letteratura italiana,  del  1870,
ricuc  i  fili  di una tradizione culturale e civile  tendenzialmente
unitaria.  Ma  anche  in  De  Sanctis sono ripetuti  gli  inviti  alla
gradualit  nella formazione di una coscienza nazionale, cos  come  i
richiami  alle  realt  e  alle  tradizioni  specifiche  che  dovevano
sostanziare  la  "sfera brillante" della libert e  della  nazionalit
appena acquisite. Dopo essere stato ministro della Pubblica Istruzione
con  Cavour e con Ricasoli, De Sanctis ammoniva in un intervento  alla
Camera  del  1862:  "La nazione non  una materia grezza  sulla  quale
ciascuno possa scrivere, quando vuole, quello che vuole: la nazione  
una materia che noi troviamo gi formata con certe tendenze, con certi
indirizzi.  Credete  voi  che si possa tutto a  un  tratto  cancellare
quello che  l, e metterci il sigillo che noi vogliamo?".
     Ancora   quindici  anni  dopo,  in  alcuni  articoli  intesi   ad
assicurare  al  Paese una "democrazia onesta e liberale",  De  Sanctis
perorava  il prevalere degli interessi nazionali su quelli locali,  ma
nel   rispetto  di  questi  ultimi:  "Assicurata  l'unit   nazionale,
gl'interessi   regionali  per  legittima  reazione  hanno   acquistata
importanza,   e  abbiamo  visti  gruppi  toscani,  lombardi,   veneti,
meridionali,  settentrionali,  e simili",  affermava  nel  1877  ne  I
partiti  personali e regionali. E aggiungeva: "La questione  regionale
ha  la  sua ragion d'essere. Interessi lesi e trascurati ce  ne  sono:
diversit  c' pur troppo di coltura e di prosperit fra le  regioni".
Di fronte a questa disgregazione, era necessario cominciare dall'alto,
dalla  formazione  di  una classe dirigente capace  di  "assimilare  e
sanificare"  gli  strati  pi  umili  della  societ,  in  attesa  che
l'istruzione,  e soprattutto l'educazione, producesse i suoi  graduali
effetti su di loro.
